Saluto di padre Eraldo da Melbourne

19 gennaio 2014

Carissimi,

eccomi a Melbourne! Arrivato da una settimana, mi pare di essere in un posto completamente unico nel mondo: in una natura oltremodo generosa scopro innanzitutto che moltissimi Italiani hanno lasciato qui il loro segno: hanno costruito strade, ponti ed edifici, e ancora vivono nelle vecchie case dei primi del Novecento, avendo cura di conservare lo spazio per l’orto – proprio come accadeva da noi fino a pochi decenni fa.

Gli Italiani hanno uno speciale modo di salutarsi: parlano un mix di inglese australianizzato e il nativo dialetto italiano, in una combinazione unica tale per cui si capiscono perfettamente tra di loro! Ma soprattutto, per strada si vede tanta gente “anglosassone” che anglosassone non è; moltissimi sono i volti che portano inconfondibili le tracce dell’italianità: nei capelli, nelle sopracciglia e soprattutto nell’espressione dei volti. Sono “Italiani d’Australia”, migrati prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Italiani che stanno insieme a persone di ogni altra etnia, soprattutto Asiatici: camminare nelle strade del centro di Melbourne o tra la Rod Laver Arena e la Hisens Arena agli Australia Open mi mostra che non sono più in Europa, e neppure negli USA, ma mi trovo vicino a Tailandia, Tasmania (a due passi da qui), calotta artica australe, Vietnam, Bangkok e così via.

Chiesa di S. Ignazio a Melbourne

Chiesa di S. Ignazio a Melbourne

I volti delle persone intorno a me portano i colori dell’Asia, non solo il rosa pallido degli Inglesi. Certo tra tutte le etnie domina l’impronta lasciata dai colonizzatori british: per esempio, nel quartiere dove si trova la nostra chiesa di St. Ignatius le case per le strade hanno decisamente la foggia di quelle inglesi. La distribuzione, l’una vicino all’altra, con uno sviluppo in profondità anziché in altezza e il proverbiale giardinetto di fronte o nel retro, mi ricordano tanto l’urbanizzazione che ho visto durante l’ultima gita fatta in Inghilterra coi ragazzi del Leone. Eppure anche qui si insinua un tocco di esotico, un che di coloniale: molte delle case edificate al principio del Novecento per i lavoratori – piccole abitazioni di un piano con una facciata di legno molto semplice – hanno balconi, inferriate e grondaie decorate in ferro battuto con richiami quasi buddisti; mi aspetterei di trovare questa lavorazione del ferro a Bali o in Cina; e di fatto questa parte del mondo si chiama “Asia Pacific”. Le cose in effetti stanno proprio così: è Asia, ma è anche il Pacifico; domina la popolazione anglosassone, ma vi è una sempre maggiore presenza di Asiatici, specialmente Vietnamiti e Cinesi.

Scendo nella city, la cui skyline si può ammirare da tutte le parti. La geografia urbana cambia completamente: tra i numerosi grattacieli, il fiume Yarra interseca con grandi anse tutto il centro e sbocca nel porto, all’inizio fluviale poi decisamente marino. Aerei decollano vicini vicini alle punte delle torri più alte mentre auto e treni sfilano creando cordoni di traffico e dando l’idea di una città molto attiva. Si potrebbe quasi immaginare una enorme Genova ultramoderna con ponti maestosi, un’autostrada che l’attraversa e un buon numero di alti edifici. Cammino per le strade del centro e mi pare di essere un poco a New York, ma qui si guida a sinistra: ad ogni incrocio rischio di essere travolto da qualche automobilista o dai tram. I tram poi attraversano l’intera città con una rete davvero capillare; è molto facile viaggiare in città, anche senza auto. Eppure in questo centro ultramoderno con tanti grattacieli vi è qualcosa di ancora europeo, il che rende il passeggio più familiare. Forse sono le facce inglesi dei bianchi che camminano per le strade, oppure è il ritmo di vita tutto sommato lento, più da città della provincia italiana. Non so cosa, ma se dovessi paragonare il centro della città ad un altro posto direi Londra. Allo stesso tempo, come in tutta la città, ho la percezione di essere in un luogo esotico: in ogni dove si aprono spazi per parchi dove crescono infinite varietà di piante tropicali o di giganteschi ficus; in particolare l’enorme giardino botanico è un trionfo di fauna: tra fiori ed alberi mi pare di essere in una foresta tropicale intervallata da prati verdeggianti. Questo non si dà in Europa, no. Infine vi è il segno della globalizzazione: proprio vicino alla chiesa di Sant’Ignazio dove risiedo, in questo momento si sta svolgendo il grande Slam di tennis, che anche voi potete comodamente vedere dalla vostra poltrona accendendo il televisore.

Vedi più sotto per la didascalia

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Dopo qualche giorno di visita alla città, mi domando: “che sto qui a fare? Vacanza?” Al momento, per la verità, un po’ è così: ho avuto una intera settimana di libertà prima dell’inizio del Terz’anno. Da ieri però mi trovo nella casa dove i “Terzannisti” – così siamo chiamati – si radunano per il programma di formazione che durerà sette mesi. Ci siamo presentati e abbiamo cenato insieme, siamo un bel gruppo. Vi presento brevemente i miei compagni di viaggio: abbiamo Jab, gesuita che lavora in una parrocchia in una zona a rischio della Cambogia, dopo aver fatto venticinque anni di lavoro nei campi profughi tra Laos, Cambogia e Corea. Poi c’è Long, un fratello gesuita del Vietnam. Quindi Phu, che si è presentato come un “social worker”, uno che guida il trattore: in realtà si occupa di agricoltura e immigrati in Vietnam, la sua terra natale. Abbiamo anche due nordamericani: uno è Anthony, che fa un po’ lo stesso mio lavoro nella nostra scuola a Dallas, Texas; l’altro si chiama Vincent Conti, newyorkese di chiara origine napoletana, ed è il preside della prestigiosa scuola Gonzaga di Washington D.C. C’è quindi Raymund Belleza, un nome che è tutto un programma, vice-rettore e tesoriere del famoso Ateneo, l’università gesuita di Manila, nelle Filippine. Ancora: Elton, che si occupa di esercizi spirituali a Guelf in Canada, e Christoph (a sinistra nella foto), responsabile per la diocesi di Berlino del programma di evangelizzazione e preparazione al Battesimo per i convertiti cattolici; infine ci sono io, vostro fratello in Cristo. Un bel gruppo, che ve ne pare?

Domani si comincia; vi sono vicino in tutti i modi possibili: partecipando spiritualmente di tutto quello che accade al Leone e soprattutto pregando tanto per voi. Mi dicono che avrò tanto tempo per pregare e, siccome credo nell’efficacia della preghiera, lo faccio e continuerò a farlo.

Sono con voi con il cuore e con lo spirito, prego per voi ogni giorno, siete con me.

Padre Eraldo Cacchione S.I.


Didascalia immagine
:  Foto scattata presso la vigna St. Ignatius, in una località che si chiama Pyrenees, a 200 km da Melbourne. Nella foto ci sono: al centro il vignaiolo, Enrique, argentino immigrato in Australia, ingegnere elettronico che ad un certo punto ha lasciato tutto, insieme a sua moglie architetto e ai tre figli ancora piccoli, per fondare una vigna con azienda vinicola dove produrre un vino completamente naturale e vivere in armonia con la natura; padre Christoph Soyer (a sinistra), uno dei Terzannisti, e padre Eraldo.

Riuscite a leggere cosa c’è scritto sulla maglietta di padre Eraldo?

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