Gone bush, a scuola dagli aborigeni

9 maggio 2014

Padre Eraldo Cacchione S.I., in Australia per completare la propria formazione di Gesuita, ci ha inviato una nuova pagina dal suo diario:

In viaggio

La strada: terra rossa, e basta, per centocinquanta chilometri

La strada: terra rossa, e basta, per centocinquanta chilometri

Da queste parti si dice: “gone bush” per indicare che una persona è partita per la campagna, anche se la parola campagna qui non rende proprio l’idea. Oggi anche io sono andato “bush”. Si va a Dajarra, villaggio di duecento anime in tutto, quasi esclusivamente aborigeni, dove la parrocchia ha una piccola chiesa e il parroco, come accadeva da noi una volta, si reca per insegnare religione nella locale scuola pubblica. Viaggiamo per 150 chilometri di strada a carreggiata unica (sì, a carreggiata unica, corsia unica!) che si percorrono in poco meno di due ore. Un viaggio dell’anima: in tutti questi chilometri non c’è alcuna abitazione; nulla che ricordi la presenza dell’uomo. Difficile dire quello che provo e quello che vedo. Sono in una strada nel mezzo del deserto, su una jeep con un prete australiano e un seminarista nigeriano. La radio va, anzi il CD va: musica country australiana che racconta di rodei a Mount Isa e di quanto chi ci è stato ami questo posto così sperduto, così unico. Recita un verso della canzone Here I am at the Isa:

It takes special kind of  girl to to stay out here in this rugged world, to keep her dignity when the oaths are heard: I pay my respect to you. There’s much to be understood before coming out here like Robin Hood“.

Intorno a me la savana: la terra è rossa; al posto delle pietre miliari lungo la carreggiata vi sono moltissimi pilastrini, rossi anch’essi, non costruiti da mano umana ma dalle formiche: sono le loro abitazioni. Gli sterminati campi intorno a me in realtà costituiscono zona di pascolo: tutto il terreno circostante la strada che va da Mount Isa a Dajarra è cintato e di tanto in tanto fa capolino una mucca o un vitello sornione in cerca di un ciuffo d’erba non ancora ruminato.

Padre Eraldo davanti ad una caverna di aborigeni

Padre Eraldo davanti ad una caverna di aborigeni

Piante di eucalipto si alternano al Gidgee Tree, un albero locale così antico che il tronco risulta quasi pietrificato. Il panorama mi offre saltuariamente piccole colline che si innalzano da entrambi i lati della strada. Su questi rialzi gli aborigeni non di rado trovavano fonti di acqua sorgiva, e lasciavano disegni sulla roccia che davano indicazioni geografiche oppure raccontavano dei ‘sogni’ che essi facevano e consideravano come sacri auspici.

Viaggiamo così per circa due ore, lungo un rettilineo di asfalto che termina nell’orizzonte remoto. Quando si incrocia qualche altra rara vettura occorre uscire di strada, in piena terra rossa, per far stare entrambi i veicoli. Se qualcuno mai mi avesse detto: “Eraldo, il 6 maggio 2014 ti troverai in missione in pieno Outback australiano” gli avrei risposto che era pazzo. Ma sono qui, è proprio vero, sono qui… gone bush. Ora suona la campana, inizia la lezione, a scuola dagli aborigeni. E poi mi attende una Messa coi bambini del villaggio.  

A scuola e a Messa

Dajarra State School

Dajarra State School

Eccoci arrivati. La scuola di Dajarra è edificata su due “palafitte” in mezzo alle quali vi è molto spazio utilizzato come giardino o campo giochi. Come in ogni piccolo paese, qui le classi sono accorpate, dunque le due lezioni di religione saranno così distribuite: la prima sarà per i ragazzi di prima elementare, la seconda per i ragazzi di seconda, terza, quarta e quinta insieme. Le aule sono pulite, relativamente tecnologiche e dotate di materiale didattico; lo Stato finanzia integralmente tutto il materiale scolastico necessario, e sostiene anche le spese di vitto e alloggio degli insegnanti, che normalmente non “reggono” più di due anni. Tuttavia le giovani maestre che incontro mi paiono allegre, chiacchierano e ridono durante l’intervallo, sono premurose e attente verso gli studenti. L’aspetto esteriore dei bambini mi colpisce immediatamente: hanno quasi tutti delle grandi occhiaia, che nascondono occhioni tristi che ti guardano chiedendo quell’affetto che a casa non ricevono. E’ proprio lo sguardo del “cane bastonato”, ed infatti questo sguardo trasmette le ferite di una sofferenza non sanata; una sofferenza portata con dignità, che ha origine nella propria abitazione, nel rapporto coi genitori alcolizzati. Alcuni ragazzini mi paiono anche poco reattivi; altri invece sono brillantissimi, sia nel parlare sia nella velocità di apprendimento.

Padre Mick fa lezione di religione ai bambini di prima elementare

Padre Mick fa lezione di religione ai bambini di prima elementare

In prima elementare padre Mick spiega loro la gioia della resurrezione di Cristo e alla fine, messi in circolo, li fa danzare e cantare alcune ritmate canzoni liturgiche. Nella classe dei più grandi invece il lavoro – sui discepoli di Emmaus – unisce l’educazione religiosa con quella grammaticale: rispondendo alle domande sulla storia del Vangelo i ragazzi devono scrivere, riempire degli spazi con la parola giusta e fare altri piccoli lavori di grammatica. La lezione si conclude sempre con un circolo, una candela accesa che passa di mano in mano con la richiesta che ciascuno preghi per un membro della propria famiglia, e qualche canto.

Usciamo di scuola per l’intervallo di pranzo e i ragazzi ci seguono festosi prima di lasciarci per andare nelle loro “case”. Noi ci fermiamo al locale hotel. Esso è situato all’angolo dove le uniche due strade del paese si congiungono; è un edificio ad un piano, coloniale, lindo, ed ha una decina di stanze per ospitare minatori in transito tra un turno e l’altro. L’accoglienza è casalinga, al punto che gli ospiti paiono più dei figli che dei clienti, e l’albergatrice assomiglia più ad una mamma che ad una esercente commerciale. Proprio l’albergatrice si intrattiene con noi e si dilunga con padre Mick in racconti di quella e quell’altra vicenda che ha interessato il paese nell’ultimo mese. Mentre ascolto, mi rendo conto che sono tutti racconti di violenza, ubriachezza, polizia corrotta e così via. Non c’è gioia, non c’è requie in questo paese.

Arriva il tempo della Messa: ci spostiamo nella chiesa. Essa, un tempo curata da alcuni francescani, è ora abbandonata. Come nei paesi di Missione, si tratta di un grande padiglione luminoso, con sedie liberamente disposte a seconda della dimensione dell’assemblea. Un altare con alcune statue del presepe costituisce il presbiterio; è tutto.

Celebrazione della Messa coi bambini aborigeni

Celebrazione della Messa coi bambini aborigeni

Col registratore facciamo partire ad alto volume alcuni canti di chiesa che annunciano la nostra presenza, e la zona tutt’intorno si popola di musica; i ragazzi, uno ad uno, arrivano, ed anche alcune mamme. C’è pure una signora anzianissima: capelli ed occhi bianchi, pelle nerissima. Apprenderò successivamente che si tratta di una dei pochissimi “pure blood” aborigeni Kalkadoon viventi (http://en.wikipedia.org/wiki/Kalkadoon_people); una vera “anziana” del villaggio. La celebrazione è festosa, i bambini cantano e partecipano attivamente all’omelia, e alla fine c’è merenda per tutti.

Devo dire che sulla via del ritorno il mio cuore è gonfio di gioia, perché oggi per la prima volta nella mia vita di gesuita ho preso parte ad una missione “diretta”, ed è un’esperienza che porterò con me per sempre: annunciare Gesù Risorto in questo villaggio è molto diverso che a Milano. Qui occorre avere una fede in Dio molto radicata, perché – sentendo i racconti di padre Mick – siamo in un posto dove le vicende che si sono protratte nei secoli facilmente fanno perdere ogni fede. Da sempre infatti, da quando i bianchi “settlers” hanno occupato questo territorio, i duecento abitanti concentrati in questo villaggio vivono una vita disordinata fatta di ubriacature e reiterati atti di violenza domestica su mogli e figli. I maschi adulti vivono in uno stato di permanente ubriachezza, le donne non si vedono, stanno in casa, appaiono visibilmente depresse. I bambini – ora lo capisco – portano i segni della violenza: ora li riconosco nei loro occhi tristi, in quelle occhiaia che è meglio non pensare a cosa siano da attribuire. Padre Mick, nella preghiera dei fedeli, aveva invitato i bambini a pregare perché ci sia pace nelle case, e noto che loro hanno preso questa preghiera con particolare attenzione. Sembra una storia senza via d’uscita, ma una speranza c’è: sono proprio loro, questi bambini. Alcuni di essi sono davvero bravi e svegli e mostrano segni di intelligenza vivace; potrebbero avere un futuro, potrebbero uscire da questo buco in mezzo al deserto, o ritornarvi ma per iniziare un cambiamento. I migliori tra quelli che ho conosciuto, forse una decina, quando arriveranno alla fine delle elementari saranno mandati in collegio a Brisbane o Townsville, sulla costa, in scuole più o meno buone a seconda di quanto si riesca a raccogliere per sostenere le loro spese. Questa è la speranza: che studino, si qualifichino per lavori dignitosi e avviino vite capaci di interrompere il ciclo di violenza in cui qui sono inseriti; la speranza è che alcuni di loro si inseriscano come rami vivi della società. Ora capisco perché, da sempre, i missionari che vengono in Italia a trovarci e a raccontarci le loro storie hanno come obiettivo quello di raccogliere fondi per le missioni. Fondi sono necessari, se si vuole aiutare qualcuno ad uscire dall’inferno. E davvero si tratta di vita o di morte, di nuova vita o di lenta sparizione. Il missionario è una persona che con la propria vita mette in atto una risposta reale alla chiamata di Cristo; quando si dice sì alla missione si capisce che la chiamata è integrale e non ci si può tirare indietro. In qualche modo sento che non posso tirarmi indietro neanche io.

Con questi sentimenti di grande gratitudine, mista a sofferenza per quanto ho visto e ascoltato, ritorno a casa. Oggi ho visto un volto davvero diverso dell’Australia. Un volto che quasi nessuno vi narrerà. Io ve lo racconto e mi stringo a voi tutti da qui, mentre mi preparo alla prossima missione.

P. Eraldo

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