Il Leone, la rosa e la vita

7 giugno 2015

Me lo ricordo ancora, il mio primo giorno qui al Leone. Era il dieci settembre di otto anni fa, avevo la polo blu che tanto amavo e, smarrito ed affascinato, entravo per la prima di tante volte in quel corridoio che porta dalla portineria al cortile. Non avevo la minima idea di quanto sarebbe stato importante questo luogo per me. Dopo otto anni qui, quando la sensazione che tutto sia finito si sente come il caldo d’estate, quando sei consapevole che, però, quella fine non sia altro che un nuovo inizio, sono giunto alla conclusione che no, caro Leone, io non ti scorderò.

Mi ha sempre affascinato la storia di Tiresia. Voglio dire, i Greci, popolo che definire geniale sarebbe riduttivo, si affidavano ad un cieco per vedere. Loro, quelli che gli eroi li hanno inventati, quelli che delle virtù erano i paladini, avevano come guida per il futuro un cieco. Loro, più di duemila anni or sono, avevano capito che ciò che è veramente importante non si vede con gli occhi.

Oggi, ancora bambini guardiamo tutto con occhi semplici, puri, senza filtri. Poi, quando cresciamo, la società si aggrappa al nostro piedino vellutato, che soffice corre veloce, ci frena, e pian piano ci scala come l’edera si arrampica sui palazzi fino ad arrivare alla testa, a cui insegna a vedere il mondo con determinate categorie e così il nostro armonioso canto solista diventa un rumore corale di blablabla così vuoti.

Così, la scuola, che dovrebbe essere funzionale ad un’apertura al ragionamento, diventa talvolta il megafono del conformismo e i ragazzi non sono più esseri umani, ma numeri. Forse. Si, forse, perché quando padre Ceroni mi ha chiesto di scrivere una breve testimonianza, “Cosa mi lascia il Leone a un passo dalla maturità?”, ora che, tra meno di un mese, la vecchia polo blu sarà sostituita da giacca e cravatta, non ci ho messo più di un attimo a capire perché, caro Leone, non ti scorderò.

Il boa cappello

Il boa cappello

Non ti scorderò perché mi hai insegnato a scappare dalle categorie, mi hai insegnato che il Mondo non è in bianco o nero, ma ci sono migliaia, milioni di colori diversi, tutti da scoprire, tutti da gustare. Mi hai insegnato che, anche se tutti zigano, io posso sempre zagare. In un’epoca di rumori molesti mi hai insegnato cantare. Mi hai insegnato a portare con me quei valori semplici e genuini che tutti noi abbiamo da bambini, perché alla fine aveva ragione Keith Haring: “I bambini sanno qualcosa che la maggior parte della gente ha dimenticato”. Mi hai anche insegnato, però, che la libertà va conquistata con sudore e fatica e, una volta raggiunta, comporta responsabilità.

Insomma, mi hai insegnato che lo studio non è un fine, ma un mezzo per arrivare a ragionare del Mondo e per il Mondo. Dopo otto anni qui, posso dire che il Leone mi porta a maturare, non a maturitare, perché la maturità è una condizione, non un foglio di carta, la maturità si raggiunge, non si supera.

Il professor Sgarella poco tempo fa mi ha svelato che, quando ero alle medie, tra i professori ero soprannominato “Principino”. E allora sì, caro Leone, sto al gioco, tu sarai la mia rosa e io sarò il tuo Piccolo Principe. Sarai la rosa di Rosa. Ora tocca a me, devo andare, visitare altri pianeti, conoscere altra gente, fare nuove esperienze, ma tu, cara rosa, sarai sempre con me e io crederò per sempre che quello è un boa che ha mangiato un elefante, perché me l’hai insegnato tu, perché se sono quello che sono è in gran parte merito tuo, perché so che nessuno è come te.

Ciao, Leone, ti voglio bene. Sarai per sempre la mia Squola, con la “q” di quadrifoglio, perché tu non sei come gli altri, tu sei speciale.

Federico Rosa
V Liceo Classico


Lentamente muore

di
Pablo Neruda

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette, almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza
porterà al raggiungimento
di una splendida felicità.

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