Ascolta ciò che non dico

25 gennaio 2016

Martedì 26 gennaio alle ore 21 al Leone XIII secondo appuntamento stagionale con I Martedì del Leone, quest’anno dedicato al tema della parola e della comunicazione.

Padre Mariano Iacobellis, gesuita, docente di religione nei nostri Licei, ci parlerà della comunicazione non verbale, con particolare riguardo alla relazione educativa. Titolo della serata: Ascolta ciò che non dico.

Abbiamo chiesto a padre Mariano una breve introduzione alla serata, che vi proponiamo:

E’ possibile dire il “non detto”? Se qualcuno ci ponesse questa domanda come reagiremmo? Certo, se a porla fosse un certo Zenone di Elea penserei subito: il solito paradosso! Ma se ci fermiamo un attimo magari ci accorgiamo che, se anche in apparenza non sembra possibile definirlo tout court, del  “non detto” si fa grande uso.

Il sorriso di padre Mariano...dice tanto

L’eloquente sorriso di padre Mariano

Nei nostri quotidiani scambi verbali, nella comunicazione politica, giornalistica, pubblicitaria, ciò che si dice in modo esplicito rappresenta solo la punta visibile di un’enorme massa di informazioni comunicate in modo implicito. Il linguaggio è un mezzo potente, non a caso il termine “comunicazione”, etimologicamente, significa proprio “mettere in comune”, “far sapere”.

Eppure, se facciamo bene attenzione, ci accorgiamo che non si comunica solo con la parola, ma soprattutto con i gesti, la postura, lo sguardo e il tono di voce.  Da questo punto di vista la scuola è il luogo per eccellenza in cui elaborare gli impliciti.

Esiste di fatto un non detto che rischia di essere sinonimo di inconsapevole; ne va aiutata l’emersione, altrimenti questo non detto ti agisce a tua insaputa; questo vale per il ragazzo, ma anche per l’insegnante (prendere consapevolezza dei propri pregiudizi, ecc). Anzi, proprio l’educatore ha massima responsabilità di non lasciarsi agire dal proprio non detto (in questo caso è importante che lo dica a se stesso, non agli educati; o che lo dica a qualche figura di riferimento/supervisione da cui si fa accompagnare per svolgere il proprio ruolo).

C’è invece un non detto consapevole, che deve rimanere tale, cioè deve essere agito e comunicato attraverso l’azione, perché dirlo non serve. Appellandoci alla tradizione della spiritualità ignaziana viene subito da pensare a quello che in gergo viene chiamato praesupponendum , “Per maggiore aiuto e vantaggio, sia di chi propone sia di chi fa gli esercizi spirituali, è da presupporre che un buon cristiano deve essere propenso a difendere piuttosto che a condannare l’affermazione di un altro. Se non può difenderla, cerchi di chiarire in che senso l’altro la intende; se la intende in modo erroneo, lo corregga benevolmente; se questo non basta, impieghi tutti i mezzi opportuni perché la intenda correttamente, e così possa salvarsi”(EE.SS n.22).

Su questa linea, ciò che deve presupporre un “buon cristiano” deve presupporlo anche “ogni persona di buona volontà”, cioè che sia interiormente aperta alle affermazioni dell’altro e disposta a prestare fede a ciò che egli dice. In altre parole, il fondamento di ogni vero dialogo è la fiducia profonda dell’uno nell’altro – perciò uno “deve essere propenso a difendere piuttosto che a condannare l’affermazione di un altro”.

Tale fiducia però non è per niente acritica e cieca, anzi l’ascolto attento richiede la riflessione e il discernimento come base per una comprensione approfondita di ciò che l’altro comunica. Una fiducia cieca invece rende il dialogo superficiale o persino impossibile, perché ci si limita a sentire la comunicazione dell’altra parte senza dare una vera risposta – e perciò non c’è dialogo. Inoltre, la fiducia cieca, che non è disposta a riflettere sulle affermazioni dell’altro, in realtà mette in discussione anche il significato più profondo di ogni dialogo, che è “la ricerca della verità”. Qui dichiarare il non detto, all’interno di un dialogo, non serve perché non cambia le cose. Va invece agito e questo lo rende anche comunicabile nei fatti.

Padre Mariano Iacobellis S.I.

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