Le casse fragili di Casari per non dimenticare

26 gennaio 2017

Unitamente alle altre iniziative che accompagneranno la celebrazione del Giorno della Memoria, quest’anno il nostro Istituto è onorato di ospitare un particolare dall’opera FRAGILE (2006-2017) dell’artista Davide Casari.

L’opera sarà presente nel corridoio di ingresso da martedì 24 sino a venerdì 27 gennaio e sarà accompagnata, nelle teche presenti nel corridoio della Sala scrutini, da altri materiali elaborati dall’artista. Spiccano tra essi l’opera BIO-GRAFIA (2016); un estratto dal modello dell’opera FRAGILE e la prima copia pervenuta a Casari di Se questo è un uomo, dall’artista quotidianamente ripercorsa in questi anni.

Le casse di Casari

Le casse di Casari

Da qualche anno a questa parte – e “clamorosamente” dal gennaio 2014, data di pubblicazione del famoso pamphlet di Elena Loewenthal, Contro il giorno della memoria – un largo dibattito ha investito il momento istituzionale del Giorno della Memoria, mettendone in discussione il senso ultimo, interrogandosi sull’ “utilità” di questa ricorrenza, sulla sua capacità o incapacità di trasmettere un messaggio, o, peggio, sulla “eterogenesi dei fini” che essa sembra, del tutto involontariamente, generare: effetti di segno opposto rispetto a quelli per cui fu pensata ormai quindici anni fa…

Tra questi anzitutto un malcelato senso di “estraneità”, di “noia”, di “saturazione” – se non di aperto rifiuto – che ormai avvertiamo serpeggiare, in particolare tra i giovani, ogni anno sempre più all’approssimarsi di questa celebrazione.

«Cosa c’entro io?!», «Perché ogni anno questa cosa della Giornata della Memoria?!» – sono domande che risuonano, dolorose, nelle scuole di tutta Italia.

Sono domande che ci feriscono, provenendo a volte anche dai più “aperti”, dai più bisognosi di capire, dei nostri ragazzi.

Sono domande scomode, e che proprio per questo non possiamo ignorare.

Non lo possiamo perché, spesso, sono domande sincere. Nella loro sincerità – un sintomo, non una causa – esse si contrappongono a qualcosa che non lo è.

È la memoria infatti a non essere sincera.

Il nostro fare – di noi adulti, di noi comunità educante – del “Giorno della Memoria” un momento estemporaneo, un appuntamento sempre più stanco, sterilizzato dentro il rigido perimetro di una casella a (s-)cadenza annuale.

E ricominciare il giorno dopo tutto daccapo, tutto uguale.

I ragazzi lo avvertono, questo suono fesso, questa sorda risonanza di fondo. E forse lo avvertiamo anche noi – il noi disseminato nelle istituzioni, nelle aule consigliari, nei cortei celebrativi…

Proprio per questo anzi – verrebbe da pensare seguendo l’analisi della Loewenthal – spingiamo forte sul tasto della spettacolarizzazione, su una «esuberanza di proposte e novità», su quell’«ansia di industriarsi» a mettere in scena ogni anno qualcosa di nuovo, di eclatante, di spettacolare, per il “Giorno della Memoria”.

Ma il passo incerto, invece che celarsi, si enfatizza nella sua corsa; e la cartapesta dei “magnifici apparati” che con febbrile impegno costruiamo ogni anno, svela, invece che nasconderla, la miseria retrostante…

Che fare dunque? Come invertire questa rotta? Cancellare il Giorno della Memoria dal calendario – come auspica la scrittrice torinese – o raccogliere questa suo grido come una invocazione di aiuto, e rintracciare, volgendole in possibilità, alcune delle riflessioni che pure ella nella sua analisi ci indica?

La quotidianità, anzitutto. Un lavoro educativo costante, giorno dopo giorno, indirizzato all’altro, all’apertura verso l’altro, al rispetto per l’uomo in quanto tale, a quella “specie umana” tutta a cui Antelme, deportato a Buchenwald, volle intitolare nel 1947 il suo libro. All’uomo in quanto “persona”.

Un lavoro pudico, “intimo”, rispettoso. Ma in questo radicale, rigoroso, sempre presente, sempre accogliente…

Per questo si è scelto quest’anno, in occasione del Giorno della Memoria, di esporre nel nostro Istituto un particolare dall’opera “FRAGILE” (2006-2017) dell’artista Davide Casari.

Non solo per la pertinenza del testo di cui questa opera si nutre, costantemente e quotidianamente, ormai da più di dieci anni: il testo di “Se questo è un uomo”, di cui le “casse” (urne, sacrari) di Casari, sono istoriate.

Ma anche per la “cura” verso l’uomo che esse esprimono, una pietas per quella “umanità fragile” – schiacciata e straziata: scartata ancora acerba – che fu tradotta nei campi di sterminio e che ancora oggi si trova a morire nei nostri mari, sulle nostre coste…

Una cura pudica, rispettosa – ad esempio, nella scelta di Casari di non mostrare pubblicamente quanto nelle casse contenuto; e ancora, nella scelta di rendere il testo di Levi, lì in aggetto, non pienamente leggibile. La scelta di una meditazione che si nutre di silenzio, e viceversa.

È un lavoro sulla memoria, dunque, quello che presentiamo in questi giorni al Leone: una memoria sincera, la stessa percorsa da Christian Boltanski, a cui il lavoro di Casari, per intensità artistica e profondità etica, può essere facilmente accomunato.

È un esempio: l’esempio che questo artista, con la sua meditazione senza sosta e senza sconti, con il suo “rigore” – un termine, questo, caro anche a Primo Levi – ci offre, assonante, nel nostro modo di procedere quotidiano.

È un lavoro che dedichiamo, assieme al nostro lavoro quotidiano, ai nostri ragazzi, affinché arrivi loro il messaggio che Auschwitz è stato un buco nero unico nella sua indicibilità, ma che pure lo sterminio e lo sfruttamento dell’uomo ancora accade.

Lo chiediamo a loro, ai loro sensi acuti, alla loro voglia di verità, ancora una volta con le parole di Levi:

Non spaventarti se il lavoro è molto:
C’è bisogno di te che sei meno stanco.
Poiché hai sensi fini, senti
Come sotto i tuoi piedi suona cavo

Lorenzo Pellegrinelli
Bibliotecario e curatore dell’esposizione

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