Crespi d’Adda, un’utopia di fine ‘800

18 ottobre 2017

A volte non serve la macchina del tempo per tornare indietro nella storia, a volte bastano un pullman e 40 minuti di autostrada per ritrovarsi a fine Ottocento: è quello che accade visitando Crespi d’Adda, uno dei pochi villaggi operai perfettamente conservati in Italia e patrimonio dell’Unesco.

La classe in visita

La classe in visita

Nelle mattine di lunedì 16 e martedì 17 ottobre, illuminate da un sole tardo estivo e riscaldate da temperature decisamente fuori stagione, le classi TERZE della Scuola Secondaria di I Grado hanno intrapreso il proprio personale salto indietro, ai tempi della prima industrializzazione italiana, dopo l’Unità, alla scoperta del sogno di una famiglia originaria di Busto Arsizio.

E’ la famiglia Crespi, che sulle rive dell’Adda ha progettato e realizzato la sua città ideale del lavoro, dove coniugare le esigenze degli operai con quelle dell’imprenditore. Con quali strumenti? Ordine dentro e fuori dalla fabbrica, igiene e salute fisica, contatto con la natura, attenzione ad un ambiente non solo funzionale ma anche bello.

Mappa della città

Mappa della città

I ragazzi, accompagnati dai loro insegnanti, hanno incontrato un villaggio che è ancora così come è stato realizzato a partire dal 1870: una lunga strada parallela al fiume, alla sua destra l’immenso cotonificio (attivo fino al 2003), e alla sua sinistra un microcosmo completo, nel quale tutti quelli che lavoravano in fabbrica vedevano soddisfatte le loro esigenze, dalla casa alla scuola, dalla Chiesa ai lavatoi e alle docce calde, fino al dopolavoro, l’ospedale, i campi sportivi e perfino il cimitero. Perché a Crespi anche gli ultimi avevano dignità in vita ed in morte.

Il progetto era ambizioso e rifletteva il pensiero del fondatore, Cristoforo Benigno Crespi, ma soprattutto di suo figlio Silvio Crespi, industriale, politico, scrittore, banchiere, editore, filantropo.

Un'utopia di fine Ottocento

Un’utopia di fine Ottocento

Secondo lui la grande industria è contraria alla natura umana, al suo sviluppo fisico, e se essa non viene esercitata con intelletto d’amore propaga l’anemia, il disamore alla famiglia, il vizio, il deperimento. La responsabilità degli imprenditori è dunque incalcolabile e consiste nel conciliare la necessità dell’industria con le esigenze della natura umana.

Parole che dal passato echeggiano fino a noi, senza bisogno di macchina del tempo, come hanno fatto notare due nostri studenti, entrambi Federico: Ho capito che i Crespi avevano rispetto per tutti e non avevano paura di essere generosi con i loro operai. Ho pensato ai potenti di adesso, che non si interessano alla vita dei loro dipendenti.

Prof.ssa Elena Fietta
Scuola Secondaria di I Grado

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