Che cosa succede alla scuola italiana?

21 aprile 2018

I gravi fatti accaduti recentemente in una scuola italiana e rilanciati dai mezzi di informazione in tutta la loro evidenza ci disorientano e un po’ scoraggiano.

Abbiamo chiesto una riflessione al prof. Luca Diliberto, apprezzato docente del Leone XIII, particolarmente sensibile alle tematiche educative, autore, tra l’altro, di L’arte dell’incontro. Essere educatori alla scuola di Gesù, Editrice AVE, un breve volume che offre riferimenti a tutti coloro che hanno a cuore l’educazione dei ragazzi.


Oltre la cronaca. Per una scuola – e una società – che educhino al bene

Che cosa succede nelle scuole, che cosa succede alla scuola?

Domande serie, che si pongono in tanti, oggi, dopo lo choc provocato dalle assurde immagini, viste ormai milioni di volte, in cui un insegnante patisce, apparentemente senza reagire, vessazioni ed insulti in un’aula scolastica.

Questo episodio, che il circo dei social media si impegna morbosamente a veicolare e moltiplicare, ha però prodotto altre storie simili, per una volta uscite dal cono d’ombra di imbarazzi e silenzi in cui spesso sono state celate, sino a dar l’impressione di una istituzione dove ormai ogni valore è capovolto e si è perso di vista il senso della sua funzione, per gli studenti e per la società.

Proviamo ad offrire qualche spunto ragionevole, senza voler cercare scorciatoie semplici per questioni complesse, ma col solo desiderio di avviare un confronto, che si possa basare su esperienze reali.

  1. Questa vicenda forse aiuta qualche anima bella a scoprire che il lavoro degli insegnanti non è una passeggiata; chi, come noi, ogni giorno apre la porta delle classi sa di trovarsi sempre in una condizione di fragilità, se non di inferiorità, non foss’altro perché si è un adulto di fronte a venti e più studenti. Lo squilibrio numerico non è a nostro favore, non lo sarà mai; dunque l’esito di ciò che diremo e faremo passa soprattutto dal mettersi in gioco, completamente, come persone, non pensando di essere supereroi ma neppure spettatori distratti di questioni che non ci riguardano. È  impegno faticosissimo, che meriterebbe maggiore stima e maggiore riconoscimento. Al momento, non è così.
  2. Ci dice anche che non possiamo continuare ad attardarci sui particolari, ma occorre un vero investimento di pensiero su ciò che è chiamata ad essere la scuola, ora e nei prossimi anni. Per troppo tempo si è delegato ad essa qualsiasi istanza, supponendo che la società di cui è comunque espressione potesse lavarsi le mani rispetto ad un lavoro educativo sui più giovani. Gli adulti, nella loro generalità, i mezzi di comunicazione (radio, TV, Web, fiction, musica), sembrano rilanciare come apprezzabili atteggiamenti nei quali ogni mancanza di regole sia l’unica regola possibile. Non interessa il bene di chi cresce, semmai far crescere velocemente perché i giovani diventino presto consumatori. È questo l’ideale di società che vogliamo trasmettere loro?
  3. L’atteggiamento prevaricatore, del “forte” che schiaccia il “debole”, non alberga solo in coscienze deprivate, ma sottilmente guida molte azioni pubbliche, pubblicizzate senza troppi ritegni; anche la politica, con i suoi “veti”, con i suoi falsi anatemi, con il linguaggio gridato e sbracato, che spesso nasconde il vuoto di idee, contribuisce a convincere i più piccoli, o quanti non siano allenati ad una vera coscienza critica, che tutto si risolva in questo modo. Diciamo basta alla banalizzazione delle questioni e delle relazioni, alla mistica della violenza (anche solo verbale), come unica soluzione possibile.
  4. L’attività educativa, però, non si realizza in uno sforzo titanico dei singoli, fossero anche i migliori insegnanti del mondo; è invece necessario presentarsi come comunità che educa, nella forma di équipe didattiche che si siano confrontate sui fondamenti del loro impegno e condividano uno stile, di cui facciano parte docenti motivati. Non si può entrare in classe da solitari, ma come espressione di un quadro valoriale condiviso, di un confronto su quello che si andrà a fare, sulle scelte di metodo e di lavoro che applicheremo in quella specifica classe. I giovani sanno cogliere, con immediatezza, se dietro una parola, una decisione, anche una sanzione, vi è stato un discernimento comune, e non una improvvisazione del singolo.
  5. Diventano infine più necessari percorsi di alleanza educativa tra docenti e studenti, a partire dai più piccoli. Lo studente, ma anche una classe intera, può raggiungere risultati eccellenti (umani, prima di tutto, poi anche accademici) se si mette in circolo, condividendola con loro, la passione che ha spinto noi adulti alla ricerca, allo studio, ad una vita spesa per le manifestazioni culturali del vero, del bello, di ciò che conta. Rendiamo sempre più evidente ciò che ha motivato la nostra stessa vita, non vergogniamoci di risultare attrattivi, quali segnali indicatori di una grande scommessa. Portiamoli dalla nostra parte, sapendo che la loro vivacità e freschezza saprà innovare, incarnandole, le parole importanti che noi stessi abbiamo ricevuto. È (l’unico) l’antidoto alla mediocrità, o a gettare la spugna.

Prof. Luca Diliberto
Secondaria di I Grado Leone XIII

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