Che cosa dà un senso alla vita

16 giugno 2014

Pubblichiamo due pagine del diario di padre Eraldo, che sta completando il proprio periodo di formazione di Gesuita in Australia. 
Questa volta ci scrive da Palm Island, al largo delle coste del Queensland. Più descrittiva la pagina del 7 giugno, un autentico discernimento la pagina del 14, che merita un’attenta lettura  per la ricchezza di significati che sprigiona. 

Domenica 7 giugno, Pentecoste

La Chiesa e la casa parrocchiale

La chiesa e la casa parrocchiale

Nei primi due giorni a Palm Island ho assaporato un mare di solitudine, unita ad un altro mare di affetto ricevuto dalla popolazione aborigena, che oggi ho conosciuto in occasione della Messa.

Vivo con il locale parroco, un prete diocesano del Ghana che è al quarto anno di esperienza solitaria in quest’isola. Di fianco alla casa del parroco c’è un convento in cui ci sono due suore, anziane, anche loro coraggiosamente qui da alcuni anni. Come posso descriverti l’isola? E’ una sorta di paradiso naturale tropicale: vegetazione rigogliosa, spiaggia tutt’intorno al perimetro dell’isola – non grande – piena di uccelli di ogni specie, fiori coloratissimi, flora lussureggiante e qualche serpente. La popolazione vive in una metà dell’isola, mentre l’altra metà è abitata solo dalla natura. La gente: aborigeni; non c’é un vero e proprio paese, ma quattro quartieri o agglomerati di case, in cui la popolazione è distribuita, nell’arco di un paio di chilometri. Al centro della spiaggia principale c’è un aggregato di edifici con funzioni pubbliche: la scuola, il centro di accoglienza dei bambini, il centro di studi sugli aborigeni, il comune, l’ospedale e un unico supermercato. Una pompa di benzina, la caserma della polizia, la chiesa e la scuola cattolica completano il quadro. Niente servizi: banche, assicurazioni o qualsiasi altro servizio che possa immaginarti in un paese civilizzato.

La spiaggia

La spiaggia

Ciò che rende unico questo posto è che la popolazione che ci vive non ha scelto di viverci ma è stata qui confinata tanti anni fa. Pensare che gli abitanti, parroco incluso, non possiedono le case in cui abitano, né lavorano. Tutta la proprietà sull’isola è dello Stato; tutta. In pratica si tratta, in modo surrettizio, ancora oggi di una colonia penale. Nessuno vuole venire; nessuno ha ragioni per venire. Gli aborigeni, quando possono, vanno a Townsville col traghetto a fare la spesa “maggiore”, oppure in occasione delle vacanze vanno a trovare parenti nelle zone originarie di provenienza: come ti dicevo, nessuno degli aborigeni che vivono qui è originario dell’isola; la popolazione proviene da circa cinquanta tribù diverse, ognuna con le proprie specificità linguistiche e il proprio “clan”.

Cosa fa la gente? Nulla. Nonostante qui sia vietato vendere, consumare e comprare alcolici, vi è un grosso mercato nero ad essi dedicato e la maggior parte degli uomini vive ubriacandosi ogni giorno. Le donne sembrano più forti, ma entrando in alcune delle case devo dire che ho notato situazioni di vera indigenza, il che mi mostra che la vita è difficile anche per loro. La violenza domestica è all’ordine del giorno. Non dappertutto, ma le condizioni di vita sono davvero misere. I giovani; l’obiettivo della scuola elementare (due scuole, una statale e una cattolica) è di tenere a scuola i ragazzi, sottraendoli alla strada; per questo si istituiscono premi settimanali per le classi o gli studenti che hanno la maggiore presenza a scuola. C’è anche una scuola superiore, ma lì la frequenza è davvero misera. I ragazzi più in gamba e meritevoli che sono così fortunati da ricevere borse di studio, escono dall’isola per proseguire la loro educazione in altra località: alcuni ce la fanno, e si inseriscono nella parte viva della società. Altri non ce la fanno e ritornano alla routine dell’isola, che prevede feste, risse, bere e sniffare il petrolio.

Purtroppo, da quello che finora ho visto, i volti dei ragazzi dell’isola per lo più sembrano arrabbiati e disperati. Difficile immaginare un futuro qui. Solo i bambini sono sorridenti, con la loro naturale esuberanza. Poi ci sono gli anziani; essi sono, nella struttura della società tradizionale aborigena, i portatori della saggezza e i veri leader della comunità. Attraverso la loro leadership e i loro consigli le persone dell’isola conservano un minimo di dignità; alcuni, caduti in abitudini distruttive, accettano di essere corretti dagli anziani, mentre odiano visceralmente la polizia (di pelle bianca), che da sempre rappresenta il loro “torturatore”. Un anziano può più di un poliziotto qui, per restaurare situazioni di ingiustizia o di danno.

I bambini con padre Daniel, dopo aver ricevuto la Prima Confessione la scorsa settimana

I bambini con padre Daniel, dopo aver ricevuto la Prima Confessione la scorsa settimana

La chiesa: non molta gente, ma alla Messa vengono un certo numero di anziani, più alcuni degli insegnanti della scuola ed altri operatori pastorali; pochi bambini. E’ commovente quello che padre Daniel fa ogni domenica (ed insieme abbiamo fatto ieri): prende il pulmino della chiesa, compie il giro dell’isola per recuperare le persone che non possono arrivare in chiesa a piedi o con mezzi propri, li porta diligentemente alla chiesa – sono due giri in tutto, uno nella parte orientale ed uno in quella occidentale dell’isola, con un carico di circa una quindicina di anziani e qualche adulto di mezza età – e celebra la Messa.

Dopo la Messa si sta insieme per il the nella sala parrocchiale, e poi c’è il giro del rientro a casa, che può occasionalmente avere qualche digressione per andare a trovare amici o parenti delle persone accompagnate.

 

Domenica 14 giugno, festa della Santissima Trinità

La forza della memoria.

In questa piccola isola gli anziani sono i portatori della memoria, e per loro è essenziale avere qualcuno a cui raccontare. Raccontare le storie della loro giovinezza, i luoghi dell’isola dove sono accaduti infatti; narrare e narrare ancora.

Tramonto

Vita che cresce vicino al mare

Anche oggi dopo la Messa abbiamo accompagnato un certo numero di anziani alle loro case col pulmino. In realtà, come domenica scorsa ho scoperto che questa è l’occasione di fare dei giri per l’isola e ogni volta ci si ferma a ‘visitare’ luoghi della memoria. Oggi siamo andati dove un tempo c’era la chiesa e la scuola, ora non più lì perché hanno costruito la pista di atterraggio per gli aerei che giornalmente atterrano a Palm Island; i vecchi hanno iniziato a descrivere come erano fatti gli edifici, dove si trova quella e quell’altra cosa, quello che facevano ai tempi della loro giovinezza, e ancora aneddoti e racconti che riportavano al presente i tempi andati. Insieme ai racconti, gli anziani facevano considerazioni, riflessioni su come sono cambiati i tempi nonché sulle fatiche e gioie della loro giovinezza. Così ogni posto dell’isola pur così piccola porta tracce di memoria e gli anziani abitanti non si stancano mai di raccontare; anzi, se c’è qualcuno, giovane o ‘foresto’ come me, che tende l’orecchio per ascoltare, sono felici e desiderosi di andare nei particolari.

Ho l’impressione che abbiamo perduto qualcosa, nel mondo in cui viviamo: si è allargato all’infinito il perimetro dell’abitato (con internet e tv ci sembra di poter abbracciare in un colpo solo tutto il globo), ma si è persa ‘informazione’. Il nostro mondo è molto più povero di saggezza, di ricchezza di storie e di relazioni umane, e non mi sorprende che facciamo fatica a trovare il senso della vita: esso infatti è ‘dato’, tramandato da qualcuno. Come il Vangelo – dove è racchiuso il senso della vita per eccellenza – è tramandato, dato da qualcuno a qualcun altro. Paradossalmente internet e i social media, che servono a dare informazioni, impoveriscono l’informazione essenziale, cioè il come possiamo vivere al mondo con un significato. Il significato infatti ci viene donato attraverso la comunione con chi ce lo consegna, cresce nel dialogo con chi ha vissuto più di noi, si alimenta dell’esperienza personale e comunitaria dove il significato diventa concreto passando per le fibre del tempo, delle sofferenze e delle gioie di una comunità umana, e ‘interpreta’ tutte queste vicissitudini ricavando senso da una morte, da un amore, da una vicenda familiare di sofferenza, da una fatica affrontata insieme… Questo mondo piccolo – addirittura il più piccolo immaginabile, come l’isola in cui mi trovo, dove gli abitati sono praticamente dei ‘deportati’ – in realtà diventa grandissimo, perché ogni azione, ogni luogo si riempie di significato e quindi ci apre all’infinito. Quello di cui oggi ho fatto esperienza risuona in me come una metafora vissuta del mistero di Dio: non coerceri a maximo, tamen a minimo non contineri.

Altro tramonto

Tramonto da cartolina

Forse la manifestazione del disagio che le generazioni più giovani hanno nel vivere nel mondo globalizzato (quello considerato ‘largo’): solitudine, depressione, rifugio nell’alcol e nelle droghe, violenza gratuita… consiste nell’espressione della riduzione, quasi la sparizione in molti casi, del senso del vivere. Ci troviamo in un mondo praticamente senza confini, in cui con pochi soldi possiamo volare dall’altro capo del globo, ma non abbiamo nessuno che ce ne dia il significato: persi, spersi in un infinito che, quindi, diventa come un deserto dove ci troviamo a navigare senza la bussola. Non mi stupisce che in questo deserto ci sentiamo soli e impauriti: non abbiamo punti di riferimento e di orientamento. Qui invece, dove il confine è limitatissimo, anzi talmente stretto da essere un ‘confino’, grazie ai racconti, alle storie, alla compagnia che ci si fa insieme, alla memoria dove il passato rivive e dà orientamento al futuro, il senso del vivere è fortissimo. Le persone non hanno nulla – nemmeno una casa propria – ma hanno un sorriso ed uno sguardo luminosi, che dicono di una vita sensata, una vita degna di essere vissuta. Qui si vive senza niente ma si muore pieni, felici e lieti. In quell’altro mondo si ha tutto ma si muore di disperazione. Credo abbiamo una buona notizia da trasmettere ai nostri figli, alla generazione futura: si può vivere così.

Padre Eraldo Cacchione S.I.

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