Il centuplo

6 luglio 2014

Con grande gioia pubblichiamo una nuova pagina del diario di padre Eraldo Cacchione S.I., che tra un mese terminerà in Australia  il periodo detto “Terz’anno”, l’ultima tappa della formazione di base dei Gesuiti. Come saprete, da settembre padre Eraldo si trasferirà a Palermo, presso l’Istituto CEI, dove ricoprirà l’incarico di Coordinatore Didattico delle Scuole Secondarie di I e di II Grado (vedi). Sappiamo tutti quanto ci mancherà. Lo accompagniamo con la preghiera e con il nostro consueto grande affetto. Non dimenticarti di noi, padre Eraldo!

 

“Oggi dopo la Messa ho accompagnato a casa i vecchietti come ogni domenica qui a Palm Island. Era la mia ultima domenica, e gli anziani non erano molti: questo è un fine settimana di vacanza, molti sono andati sulla terraferma per stare con i propri parenti.

Losguardo penetrante di un'anziana aborigena

Lo sguardo penetrante di un’anziana aborigena

Una signora tra le più anziane non è in grado di camminare da sola, ha bisogno del supporto con le ruote. Essendo oggi venuta alla Messa senza i nipotini che di solito la accompagnano e la soccorrono nella deambulazione “accidentata”, l’ho aiutata a salire le scale che portano alla soglia della casa. Ho guardato dentro, e ho “annusato”: è la miseria nera, l’indigenza più grande. E’ il luogo degli “ultimi”, quelli veri. Nella stanza principale ci sono due materassi in terra, con delle sagome ancora in atto di dormire. In questa casa vivono undici persone: nove nipotini, la mamma che è sempre ubriaca, e la nonnina che coraggiosamente manda avanti tutto. Il luogo non è bello: c’è tanta sporcizia in giro sul pavimento ed un forte olezzo di urina. Niente da mangiare in cucina. E così ho riflettuto: questi non sono solo gli “ultimi”, ma gli “ultimi degli ultimi”. Agli occhi del mondo essi non ci sono. Letteralmente, spariscono: il mondo non li vede, non se ne occupa. Il mondo va avanti senza di loro.

Pensavo: ecco, il mio servizio di ogni domenica, che mi pare così umile e insignificante, contiene invece una grandezza inestimabile. Oggi col mio semplice accompagnare a casa dei vecchietti io sono stato un gesto di cura per loro; se non ci fossi stato, con tanto di patente di guida, nessuno li avrebbe potuti portare a Messa.

I volti luminosi dei bambini della scuola parrocchiale

Il sorriso dei bambini della scuola parrocchiale

Che bello, la Provvidenza mi ha usato per questa semplice cosa: andare a prenderli a casa, portarli in chiesa, dare loro la Parola e il Sacramento, riportarli a casa. Un nulla, una goccia nell’oceano, ma per Dio una cosa grandissima. E il frutto – il centuplo per me – è questo: un grandissimo sorriso di gioia ricevuto da parte di questi “ultimi”. Vedeste come sanno ridere questi anziani! Il modo in cui si illumina il loro volto nell’aprirsi al sorriso, io non l’ho visto da alcuna parte. Sono come dei bambini, colmi di vita dentro sé. Una vita che si esprime nella musicalità del loro dialetto inglese quasi incomprensibile, nel ridere gioiosamente quando quasi mi scontro con una jeep dietro una curva lungo la strada per la chiesa (nessuno spavento, solo tante risate), in una battuta su qualche storia dell’isola, in un ricordo di quando le balene passano proprio vicino al molo… Allora capisco che è proprio qui, in questo luogo, con queste persone, che conosco meglio la Grazia di Dio. Dio ama tutti come dei figli, anzi come dei re. Andare a prendere uno di questi ultimi ed aiutarlo con tutto il cuore è proprio come trattarlo da re. Perché quando un povero si sente trattato da re, lì è proprio Gesù che è presente, Lui che ha trattato anche me, peccatore, da re. E mi ha fatto essere qui, Sua mano, Suo braccio, col mio niente.

Questo senso di “lasciarmi utilizzare” da Dio per il Suo disegno di amore per me e, attraverso di me, per tutti, è ciò che mi permette di vedere in modo nuovo e positivo anche l’imminente partenza da Milano per Palermo. strada nel desertoQuello che sto per scrivere sembrerà a molti un paradosso, e tale è parso anche a me finché non si è iniziato a dischiudere un nuovo sguardo del mio cuore: il senso della mia e della nostra vita, nel suo significato “ultimo”, non sta nel concentrarmi sulla missione in cui mi trovo, o sui suoi frutti. Amare la propria missio e svolgerla con dedizione integrale è certamente fondamentale, ma il punto di messa a fuoco “ultima” non sta lì. Per uscire da ciò che è “penultimo” e vedere ciò che è davvero “ultimo” occorre una conversione del cuore e dello sguardo: trasformarsi e guardare tutto non più sub specie temporis, ma sub specie aeternitatis. Allora emerge una verità: né io né voi sappiamo veramente quale sia il bene mio, il bene del Leone, il bene della Chiesa. Solo Dio lo sa, e lo rivela un po’ per volta unendo al chronos – lo svolgimento cronologico delle ore, dei giorni, dei mesi, degli anni – il kairòs: la Grazia di Dio Presente ed operante in ogni istante, in ogni luogo, in ogni comunità, in ogni persona. Il fine ultimo – ultimo perché ne va della nostra salvezza – è “rimanere in Lui”, cioè rimanere nel kairòs. In altre parole, occorre porre tutta l’attenzione su di Lui, l’autore della Grazia, il Donatore di ogni cosa buona, bella, vera. Restare con lo sguardo fisso su Gesù, sulla Sua Croce che mi guarisce da ogni ferita e da ogni paura, e farmi portare da Lui dove vuole, come vuole. Ci penserà Lui a mettere tutto a posto.

In questa prospettiva di fede capisco che il Signore oggi si sta rivelando a noi proprio in questo modo: togliendo. E, nella sua ottica, quando Dio toglie lo fa per far maturare, ovvero per “potare” il ramo ben innestato in Lui, affinché porti maggior frutto. Proviamo ad applicare questa visione non solo a me personalmente, ma a tutti noi, alla comunità intera del Leone, sicuri della promessa di Gesù: Egli ha detto e confermato col Suo sangue che a chi risponde “sì” alla Sua richiesta di amore, di sacrificio e di sequela a Lui, verrà dato il centuplo“.

Padre Eraldo Cacchione S.I.

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